ROSSI D'ANGERA

Rossi d'Angera

La nostra famiglia ha fondato questa storica Distilleria nel 1847 ad Angera, sulle sponde del Lago Maggiore.
Durante questi 170 anni di storia, 5 sono le generazioni che con passione hanno portato avanti questa tradizione familiare con il desiderio di diffondere la cultura italiana del buon bere.

La Arturo Rossi distilleria ingloba la storica Fratelli Rossi d’Angera, l’azienda del nonno Bernardo e del papà Carlo, trasformandosi anni dopo in Rossi d’Angera distillatori

Nel 1931 l’azienda riceve lo Stemma Reale con la leggenda “Brevetto della Real Casa Savoia”, conferito dal Re Vittorio Emanuele III ad Arturo Rossi, riconoscimento di cui ancora oggi poche aziende in Italia possono fregiarsi

Brevetto della Real Casa Savoia

LA PRODUZIONE

La Grappa, per definizione, è un distillato prodotto da vinacce ricavate esclusivamente da uve prodotte e vinificate in Italia. I Distillati Rossi D’Angera nascono dal nostro alambicco artigianale discontinuo composto da caldaiette in rame a passaggio di vapore, una tecnica di produzione che la nostra famiglia utilizza da più di 100 anni . Solo così produciamo spiriti che rappresentano la sintesi perfetta tra artigianalità, sapere antico e spirito italiano.

GRAPPA - Rossi d'Angera

Non appena l’acquavite avrà terminato il processo di distillazione, verrà estratta dall’alambicco ancora ricca di aromi e profumi freschi e molto variegati.
Al termine di questo processo, comincerà la parte più segreta della sua esistenza nel silenzio della Barricaia:
l’affinamento in legno sarà una fase molto delicata e per nulla semplice.

Il mastro grappaio dovrà, grazie alla sua esperienza, essere in grado di equilibrare al meglio il patrimonio di aromi dati dalla distillazione unendoli alla maturità inconfondibile delle note di sapore e dal profumo conferiti dall’invecchiamento in Barrique.
A causa di alcune sostanze oleose presenti nel distillato, l’aggiunta iniziale di acqua lo renderà  leggermente patinato.
Per poter restituire alla Grappa il suo caratteristico aspetto cristallino si procederà quindi alla filtrazione del prodotto.

Al termine di tutti questi processi , la Grappa sarà finalmente pronta per essere imbottigliata e degustata

IL TERRITORIO

Immersi nella nebbia del mattino sulla statale che costeggia la sponda magra del Lago Maggiore, passando per Ranco e Uponne, dove le coltri bianche restano sospese a mezz’aria nelle prime ore di luce e silenzio, tra i campi. Oppure provenendo dall’altra parte, da Lisanza e Sesto Calende, tra gli ontani e i salici dalla zona umida dell’Oasi della Bruschera, la prima immagine di Angera è quel meraviglioso lungolago di barche e distese di prati, che nei giorni non lavorativi diventano allegria di festosi pic-nic e vocio di bambini.

 

Il lago, la strada, le case che vi si affacciano, alcune recanti il ricordo degli antichi profili delle magioni di contadini e pescatori, con i piccoli archi, i muri mai regolari, le corti con i ciuffi d’erba tra le beole, le villette liberty della villeggiatura della borghesia dell’Ottocento. E a dominare tutto – impossibile non coglierla fin dal primo sguardo sul borgo – la stazza muscolosa della Rocca. Immediatamente si percepisce l’antica separazione tra gli uomini del lago, i pescatori, i lavoranti del sudore e della fatica, e gli uomini del potere, i dominatori delle acque, dei traffici mercantili per barca, i custodi dei feudi, i ricchi signori della spada e della mitra che fecero la storia di Lombardia e del Piemonte.

 

Salendo dal lago, tra le viuzze che dal centro storico accompagnano proprio alla Rocca Borromea, inaspettatamente si notano alcuni filari di vite, quasi eroici nelle città dell’operosa regione che ha usato la terra come seme di capannoni. Le viti dei rilievi terrazzati, che non sono solo qui, tra la Rocca e San Quirico, ma anche in piccola parte nelle frazioni di Barzola e Capronno, e che un tempo erano, con i cereali da farina e con i prati da foraggio, le colture prevalenti e la fonte di sostentamento del popolo contadino della zona.

 

Tra il XVIII e il XIX secolo si arrivò a un massimo di 10.000 ettari di terreno coltivati a vite che andarono a calare drasticamente, in particolare tra fine Ottocento e inizio Novecento, anche a causa dei danni portati dalla filossera (l’insetto letale per la vite che distrugge in modo irreparabile le radici delle piante) che incoraggiò il già avviato trasferimento della manodopera dalle campagne alle città industriali. Da questa antica tradizione nacque anche il mestiere e la passione di una grande dinastia italiana di distillatori, i Rossi d’Angera.